La ricerca della perfezione ha tante declinazioni. Di solito è accompagnata dalla frase “O faccio le cose perfette, o non le faccio, IO!” e suona alle orecchie di chi le pronuncia, più di chi le ascolta, come una dichiarazione di potere. Chi parla si sente forte di uno standard altissimo al quale mai e poi mai è disposto a rinunciare, al punto di preferire, piuttosto, l’immobilità. Non si parla di essere persone che cercano di superare i propri limiti, ma di persone che in ogni azione e in ogni ambito dell’esistenza vogliono raggiungere una condizione oggettiva, indiscutibile ed inopinabile: LA PERFEZIONE.

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Stiamo parlando di un vero e proprio un disturbo ossessivo compulsivo,  che non si palesa come tale ad occhi poco esperti perchè non porta danni visibili quanto altri – tipo l’autolesionismo fisico, facilmente riconoscibile- e che anzi, a volte, la società tende ad incentivare e premiare: dall’abuso di Photoshop nasce la convinzione che quelle immagini siano uno standard raggiungibile e che chi le riesce a raggiungere o avvicinare sia un eroe, o semplicemente “uno/a con una determinazione esemplare”.  Invece, di esemplare  e da emulare c’è ben poco: c’è invece bisogno di una attenzione esplorativa a questo fenomeno e di una consapevolezza che porti ad azioni più produttive che dannose.

Il paradosso più significativo risiede nel fatto che, il più delle volte, chi è affetto da questo disturbo, oltre a non rendersene conto, è intrappolato in una sorta di paralisi evolutiva: non solo non raggiunge mai l’agognata perfezione, ma non riesce neppure ad iniziare i processi di cambiamento che fanno parte della quotidianità e che sono necessari per ogni tipo di crescita personale.

Alcuni esempi:

  • Il momento per iniziare qualcosa di nuovo o per prendere decisioni non è mai quello giusto.
  • Le condizioni non sono mai ottimali.
  • Il partner non è mai all’altezza dei propri sogni.
  • Il lavoro non è mai abbastanza soddisfacente.
  • Il proprio corpo non è mai abbastanza performante.
  • Il proprio aspetto non è abbastanza attraente.

Si può proseguire all’infinito. In ogni caso, la realtà è sempre inaccettabile e viene sempre rifiutata. La realtà non trova collocazione tra la fantasia di perfezione e la lettura distorta del suo non raggiungimento, che si traduce nell’immagine mentale della peggior condizione immaginabile.

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Ciò che hanno in comune tutte le situazioni elencate è la fissità che ne deriva.
Se ad esempio non è il momento giusto perché tra 4 giorni parteciperò ad un matrimonio, non inizierò a mangiare in modo sano, perché quel giorno non potrò mangiare esattamente come vorrei mangiare se fossi a casa mia, quindi non ne vale la pena.

Oppure, se non ho le condizioni ottimali per allenarmi ogni giorno un’ora nel momento della giornata in cui le mie energie sono all’apice e non posso dare il massimo, non mi alleno nemmeno.

E ancora: se il mio partner non corrisponde esattamente al ritratto che ne ho delineato nella mia mente, non è la persona giusta, quindi non perdo il mio tempo impegnandomi in una relazione che non ha basi perfette.

Ho sviluppato solo 3 degli esempi precedenti e non è necessario svilupparli tutti per comprendere il paradosso dell’ossessione legata alla perfezione: la “ricerca della perfezione o del nulla” ci ancora al nulla.
Aspettare di avere tutti gli elementi che l’ossessione di perfezione ci porta a reputare requisiti indispensabili coincide con rimanere dove siamo e allontanarci da ogni progresso.
Quindi, non solo non raggiungeremo mai un obiettivo che di per sé è tossico, ma ci condanneremo invece alla regressione.
Questo è quello che accade ad un essere umano che sta fermo, visto che “il mantenimento” è un concetto illusorio e inapplicabile ad una realtà in divenire.

Come facciamo capire se questo disturbo del comportamento ci riguarda?
Ecco alcuni indicatori da aggiungere a quelli precedentemente elencati:
– hai un incontenibile bisogno di controllo rispetto a tutto ciò che fai e che ti circonda.
– pensi che se non farai al top tutto ciò che fai questo vanificherà ogni altro risultato ottenuto.
– pensi che la sola alternativa a non fare perfettamente qualcosa sia non farla o addirittura fare il contrario (ad esempio, la sola alternativa alla dieta è mangiare compilsivamente e male).
– temi il giudizio degli altri, o comunque di qualcuno che erigi a tuo giudice di riferimento, e lo rendi il tuo metro di misura.
– hai una bassissima o altissima considerazione di te, a seconda dei tuoi stati d’animo e di quanto debole o forte è il controllo che riesci ad avere sugli eventi che ti coinvolgono.

Come si esce da questo circolo vizioso?
Il primo passo è la consapevolezza.
Riconoscersi in questo profilo non basta però.
Bisogna saper ascoltare il dolore che sta dietro a tutti questi comportamenti e decidere scientemente di estirparlo.
Se siete fermi al compiacimento che provate le volte in cui “vi sembra” di aver raggiunto quella agognata perfezione, siete ancora lontani dalla volontà di uscirne.
Se invece la sofferenza del quotidiano supera il piacere del controllo allora è tempo per crescere e liberarvi di questa condizione pesante.

Partite con un nuovo assetto mentale.
Ai miei clienti suggerisco una sorta di mantra, che è semplicemente uno degli slogan motivazionali con cui coniugo ironia e incitazione per supportarli: “Lascia la perfezione a Dio e fa il TUO meglio”.
Come tutte le svolte della nostra vita, è impensabile che possa- anche questa- avvenire solo tramite strumenti già in nostro possesso, e che quindi sia possibile attuarla da soli. Pensare questo non è altro che un ennesimo indicatore del delirio di onnipotenza che ci fa pensare di poter raggiungere LA perfezione.
Sottolineo sempre alle persone che seguo: se fosse possibile raggiungere risultati diversi con gli stessi identici mezzi che avete sempre usato con la medesima aspettativa di successo, nessuno avrebbe problemi irrisolti. Se fare le stesse cose vi ha sempre portato gli stessi risultati e non vi ha mai fatto ottenere un cambiamento, bisogna imparare dal passato.
Nel caso di questo problema, è opportuno scegliere di fare un percorso affiancati da un life coach o da uno psicanalista, meglio ancora da entrambi.
Lo psicanalista è un professionista focalizzato sulla lettura del passato e sul legame che esso ha col nostro presente, ci permetterà di capire da dove viene il disturbo e di averne maggior consapevolezza ed accettazione; il coach è un professionista focalizzato sulla costruzione del futuro e ci darà gli strumenti pratici per gestire e/o correggere i nostri comportamenti in virtù di nuovi obiettivi, sani e raggiungibili.

Ora tocca solo a voi.
Capire se è meglio avere la vostra di vita, o non averne affatto una, mentre aspettate di avere “la migliore di tutte”.

“Be YOUR best.
Forget the rest!”

 

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